Kafir, Afghanistan, metà XX sec.

Brocca afgana (Ph. Marco Di Nardo – MAET)

Brocca afgana (Ph. Marco Di Nardo – MAET)

Con questo oggetto voliamo in Afghanistan, in particolare nelle valli impervie e quasi inaccessibili dell’alto Hindu Kush, la catena montuosa dove vivevano i Kafiri Kati, una popolazione di religione politeista circondata da comunità islamiche. Furono proprio queste ultime a soprannominare kafiri gli abitanti dell’Hindu Kush. Questo etnonimo, infatti, in arabo significa “miscredente” (non devoto alla religione islamica). Tra il 1894 e il 1896, i Kafiri furono assaliti e resi schiavi dall’Emiro di Kabul, che li convertì forzosamente e ribattezzò le loro terre in Nuristan o paese della luce. Nella foto si può osservare una brocca in legno (kos in lingua waigali) per la misurazione del burro fuso che veniva abitualmente distribuito durante le festività. Il recipiente, costituito da un corpo ellittico e una base circolare, è dotato di un manico ansato, intagliato a forma di testa d’ariete con due corna a spirale, e di un becco a sezione quadrangolare usato per la fuoriuscita dei liquidi. Sulla superficie ci sono diversi ornamenti geometrici in rilievo, e a partire dalla base del becco è presente una decorazione costituita da due fasce che si incrociano con andamento ondulato e che terminano a punta di lancia. Il simbolo dell’ariete è ricorrente negli ornamenti di molti altri oggetti kafiri d’uso quotidiano conservati in Museo, e simboleggia la principale attività di questa popolazione di pastori, ossia l’allevamento di capre. Il manufatto presenta chiari segni di usura, che suggeriscono che sia stato effettivamente usato. Inoltre, emana un odore abbastanza forte che potrebbe derivare da un particolare trattamento per renderlo impermeabile. Pare sia stato prima unto con grasso animale e poi affumicato. Infatti, il materiale ligneo con cui è stato costruito risulta oleoso al tatto.

Questo oggetto è stato scelto e descritto da Stefano Porretti, studente del Corso di Laurea in Antropologia Culturale ed Etnologia, che, durante il suo tirocinio in Museo, si è occupato del riordino e della catalogazione del corpus di oggetti provenienti dall’Asia meridionale e, in particolare, dall’Afghanistan.